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La Nuova Generazione di Sarti: Bernardo La Guardia

Updated: Dec 5, 2020



Chi è Lei e cosa fa? Di che cosa si preocupa quotidianamente?


Bernardo La Guardia, sono un sarto e tagliatore su misura, correntemente lavoro per un importante brand italiano con queste mansioni, e viaggio per il mondo incontrando i clienti per ordini, presa di misure e sedute di prova.

Perché fa il sarto oggi? La decisione è stata la sua?


Ho effettivamente deciso di intraprendere questo percorso professionale da solo, sì, nel senso che la mia famiglia non ha una tradizione artigianale. Sul perché io sia finito a fare questo mestiere è un po' più difficile rispondere; innanzitutto mi sono avvicinato al mondo della sartoria classica su misura abbastanza per caso, e senza un preciso interesse professionale. Si trattava, banalmente, di passione per un certo stile di abbigliamento. Quando poi al termine degli studi superiori mi sono trovato a dover decidere quale percorso intraprendere ho tentato questa via, ma senza particolare convinzione, inizialmente. Ho scoperto la grande ricchezza e complessità di questa disciplina con la pratica e l'esercizio quotidiano, e rapidamente mi sono reso conto di quanti altri fenomeni -apparentemente lontani- potessero essere osservati e studiati a partire dall'esperienza artigianale. Direi quindi che le ragioni per cui faccio questo mestiere sono fondamentalmente due: la pratica vera e propria del mestiere, la ricerca tecnica, la costante sfida di interpretare i desideri, le attitudini e la percezione che un cliente ha di sé; d'altra parte la prospettiva privilegiata che questo mestiere offre per analizzare e tentare di comprendere il vasto mondo dell'economia tessile. Del resto cerco di non dimenticare mai che la specie del sarto artigiano è in via d'estinzione, quindi in realtà porre attenzione a tutto il resto (cioè la gran parte) dell'industria tessile è soprattutto un dovere, oltre che una possibilità insostituibile. Ci tengo a sottolineare che, a differenza di quanto credono molti vecchi maestri, questa condizione di "privilegio speculativo" non è il frutto di una "superiorità intrinseca" della figura del sarto: è invece la condizione garantita a chiunque si trovi nella condizione di poter amministrare il proprio lavoro nell'interezza delle sue fasi, senza trovarsi incastrato in una mansione da operaio, praticamente Fordista, che lo previene dal poter fare esperienza diretta di tutto quello di cui si compone il percorso produttivo di un abito, dalla relazione con i clienti e i fornitori, alla pianificazione tecnica del lavoro, alla sua esecuzione minuziosa fino ai passaggi minimi.

Come vede la sartoria nei prossimi cinque anni avvenire?


Innanzitutto partirei da una distinzione di massima nell'impianto aziendale delle sartorie, che varia molto da Paese a Paese. Le tailoring houses britanniche, le botteghe italiane, le maisons francesi di haute couture maschile, le sartorie tradizionali americane, si sono sviluppate per decenni, se non secoli (il caso inglese) secondo modelli aziendali molto differenziati. Per questo credo che sia più semplice fare valutazioni sul futuro caso per caso.

Nel regno unito ad esempio il nome della casa ha sempre costituito un elemento di persistenza nel tempo , una sorta di "brand identity" ante litteram, una continuità che ha permesso ad aziende nate anche più di due secoli fa di sopravvivere ai loro fondatori, evidentemente grazie a un grande ricambio di manodopera, anche di alto livello (penso ai tagliatori, fondamentali nella definizione di uno stile e di una qualità più o meno alta del prodotto). La permanenza nel tempo di questi nomi ha contribuito a creare il mito della sartoria britannica come lo conosciamo oggi, e allo stesso tempo di assicurare un costante ricambio generazionale, nonostante la presenza sempre più invadente di fondi di investimento stranieri e grandi gruppi del lusso nel panorama di Savile row. Il caso italiano è diverso; difficilmente le sartorie hanno saputo sopravvivere per più di un paio di generazioni ai loro fondatori, soprattutto (questo è un mio parere assolutamente personale) a causa della dinamica familiare nella gestione e nella dirigenza. D'altra parte in Italia, escluso un pugno di grandi sartorie storiche, c'è sempre stata la tendenza dei vecchi mastri a metter su una piccola bottega, spesso con meno di una decina di persone impiegate, tra esterni ed interni, che ha finito per creare una debolezza strutturale nello stesso modello aziendale del settore. Tutt'ora chi è del mestiere sa perfettamente di quante sartorie finiscano per chiudere con la morte dell'anziano fondatore o con il suo ritiro per l'età molto avanzata.

Per questi e molti altri fattori è difficile fare pronostici sul futuro a breve o medio termine della sartoria classica; parlando del caso italiano, credo che il problema principale sia la cronica fatica dell'artigianato rispetto alla rapidissima evoluzione dell'industria, perfino quella robotizzata, che sta rapidamente colmando la distanza qualitativa e perfino tecnica con le grandi scuole sartoriali in tutto il mondo. Il rischio è che le sartorie tradizionali diventino un circuito sempre più piccolo, via via più esclusivo, sempre più caro e per forza di cose sempre più "di lusso". La conseguenza di questa graduale trasformazione dell'artigianato in una forma di consumo di nicchia è ovviamente il restringimento progressivo del bacino di clientela (peraltro sempre meno consapevole delle peculiarità della sartoria bespoke rispetto all'enorme mondo del su misura industriale o semi-industriale), ma soprattutto l'inevitabile diminuzione dell'impiego di nuova forza lavoro giovane, impedendo un vero ricambio generazionale e la sperimentazione diffusa che ne deriverebbe.

Detto questo, ho però negli ultimi quattro o cinque anni avuto modo di notare come la struttura classica della sartoria (soprattutto quella italiana) stia mutando in una formula d'impresa quasi personale, con singoli, giovani sarti e tagliatori che tenendo al minimo i costi di mantenimento dell'attività e occupandosi a trecentosessanta gradi del prodotto e della sua reclamizzazione ( da questo punto di vista i social network sono stati, e sono, determinanti) stanno pian piano ricreando un tessuto produttivo diffuso a livello globale, migliorando enormemente, peraltro, le capacità tecniche del singolo sarto.

La cosa straordinaria di questa nuova generazione è la capacità di sperimentare molto in termini di stile e di tecnica, influenzandosi a vicenda grazie ai social media. In questo senso vedo via via sfumare le differenze nette tra le varie scuole regionali o nazionali, almeno quelle tradizionali cui siamo abituati (napoletani, romani, inglesi etc) in favore della creazione di un più salutare stile internazionale che con grande intelligenza attinge a tutte queste scuole e questi stili. Indubbiamente il Giappone e la Sudcorea, con la loro secolare attenzione all'artigianato di altissimo livello, hanno dato un grande impulso in questa direzione.


Può descrivere quale sarebbe una sartoria perfetta per Lei? Una sartoria di alto livello, importante, secondo lei quali caratteristiche dovrebbe avere?


Una struttura di medie dimensioni, con una ventina di persone impiegate, tra cui ovviamente non devono mancare figure destinate all'amministrazione, alle relazioni con fornitori e clienti e alla comunicazione aziendale. Il modello produttivo del laboratorio artigiano non può cambiare molto rispetto a come è sempre esistito, ma la forza di una ipotetica sartoria d'alto livello di oggi credo sia nella rivalutazione in positivo di tutto quello che non è strettamente "taglio e cucito". Inoltre, la clientela di oggi è cambiata rispetto a cinquant'anni fa; non è detto che abbia tempo e voglia di aspettare due o tre mesi per un abito, o non è detto che l'abito classico sia di suo interesse; quindi è bene ampliare la propria offerta anche a prodotti d'altro tipo, perché no, implementando una produzione industriale, su misura e di qualità, per capi d'altro genere, magari rivolti a una clientela più giovane. Penso evidentemente a realtà (non solo sartorie) ormai affermate a livello globale, come The Armoury, o Bryceland's, oppure la linea Chad Prom della sartoria BnTailor di Seul, che hanno avuto l'intelligenza di ampliare l'offerta commerciale ben oltre l'abito classico. Ecco, una grande sartoria moderna dovrebbe avere questa proiezione, con al suo nucleo ovviamente un bespoke tradizionale di livello altissimo. Ci tengo infine a ribadire che non ho nulla contro i prodotti su misura industriali, purché ben fatti e di qualità. Il problema è costituito in questo senso piuttosto da imprenditori disonesti che vendono per artigianale qualcosa che artigianale non è. Ma credo che una buona sartoria dovrebbe proporre entrambe le linee di prodotto.

Negli ultimi anni secondo Lei i sarti stanno aumentando o diminuendo? Ci sta gente che si avvicina alla sartoria?


Stanno sicuramente diminuendo, per quanto ci sia molto interesse da parte dei venti -trentenni, soprattutto a partire dal secondo decennio del duemila. Fino a cinquanta o sessant'anni fa si può dire ci fosse un sarto in ogni palazzo, e decine di botteghe in ogni città. Il motivo per cui si è così drasticamente ridotta la forza lavoro nella sartoria tradizionale ha molte cause, ma sicuramente negli anni sessanta-settanta la generazione dei nostri maestri, cioè quella che più o meno corrisponde ai nostri nonni, ha incoraggiato i figli a prendere altre strade, a fare studi universitari. Il mestiere veniva ancora letto per quello che era stato fino ad allora, cioè un lavoro umile, delle classi più basse, spesso subordinato perfino al lavoro da operaio in fabbrica. Il benessere economico raggiunto da molti artigiani è stato anche un modo di emancipare le future generazioni da quella che per molti non era una passione, ma una scelta obbligata, un lavoro faticoso, di sacrificio (e senz'altro era così, basta ricordare i racconti dei più anziani tra i maestri ancora in attività). Non è per caso che nel settore la generazione dei nati tra gli anni sessanta e settanta sia pochissimo rappresentata. Inoltre, proprio in quegli anni, l'industria tessile si è sviluppata esponenzialmente ed è iniziato il periodo di affermazione dei grandi brand di moda, italiani e internazionali, che hanno lasciato indietro l'artigianato e le sue tradizioni.

Lei ha fatto sacrifici? Quali tipi?


Ho fatto sacrifici nella misura in cui per seguire la strada del sarto non c'è né una università né un percorso, per così dire, "istituzionalizzato". Per diventare un medico devi seguire uno specifico curriculum di studi, per essere un apprendista di sartoria molto, se non tutto, è invece lasciato all'intelligenza e all'iniziativa del singolo individuo, alla sua capacità di sapersi scegliere i maestri, di capire quando è ora di cambiare contesto lavorativo. Per il resto sono stato anche fortunato, e non ho avuto bisogno di guadagnarmi da vivere nei primissimi anni di apprendistato, grazie alla mia famiglia. Quando ho deciso di mettermi in proprio ho accettato i rischi dell'impresa, ovviamente, quelli di non vedere un soldo per mesi e mesi, ma questa è una storia comune alla stragrande maggioranza di chi intraprende un percorso autonomo. Questo sacrificio mi è però valsa la possibilità di sperimentare fino in fondo le mie conoscenze e tentare nuove strade con la massima libertà, e questa è una scelta che sicuramente non rimpiango.

Secondo Lei quali sono le fase di lavorazioni di un abito più difficili e perché? Come ha imparato a farli e quanto tempo ha messo per essere davvero capace a farli? Qual è il capo più difficile da fare?


Escludendo la fase di preparazione tecnica, cioè il taglio (e la correzione dei difetti di vestibilità in fase di prova) direi che la copertura del collo e la rifinitura delle maniche (incatenatura, lavorazione dei giri al ferro, montaggio dei rollini e delle spalline) sono i passaggi più delicati. Per quanto riguarda il capo non saprei dire con sicurezza, probabilmente gli abiti a vita (frac e morning coat) ma la riuscita o meno di questi modelli così elaborati dipende quasi esclusivamente dal taglio e dalla modellistica. Una semplice giacca in seta leggerissima potrebbe essere altrettanto difficile da lavorare per la delicatezza del materiale. Per imparare, ovviamente, pratica ed esercizio. E smontare e rimontare vecchie giacche per familiarizzare con lavorazioni diverse.

Lei ha dei consigli per le apprendiste di oggi? Per quelli che insegnano le apprendiste? Ha dei consigli da dare ai clienti di oggi e di domani della sartoria?


Per gli apprendisti ( e credo che un bravo sarto non deve mai smettere di sentirsi un po' apprendista) : sperimentare tecniche diverse, stili diversi e lavorazioni apparentemente non "classiche", anche se molti maestri tendono a credere che il loro modo di lavorare sia l'unico corretto; cercare sempre i punti in comune tra i passaggi di lavorazione per capire il senso di quello che si fa, i "perché". È difficile, e soprattutto è una cosa che bisogna imparare da soli; anche presso i maestri più grandi spesso è difficile chiedere il perché e ricevere una risposta esaustiva. E un'ultima cosa, non guardare con sufficienza alla sartoria industriale, c'è moltissimo da imparare da lì, come dalle riparazioni che si possono fare su capi finiti, anche non di buona qualità. È un test costante per migliorare sia dal punto di vista modellistico sia per stimolare un approccio creativo alla soluzione dei problemi di vestibilità.

Per quanto riguarda i clienti penso che la cosa migliore che possono fare nel rivolgersi ad un sarto per la prima volta è evitare di imporre da subito delle richieste che sono evidentemente lontane dallo stile dell'artigiano; rischia spesso di risultare un fallimento tanto per il maestro che per il committente.




Perché quando chiedo o parlo con un sarto si sente che provano a (sembra che voglia) nascondere qualcosa o di spiegare qualcosa male apposta per non farti capire? O se non è d’accordo con questa frase mi dica perché?


In molti casi è vero che c'è un po' di gelosia del mestiere. È un retaggio antico, di quando questo, come altri lavori artigianali, si imparava in botteghe affollate di apprendisti. I titolari delle sartorie di cinquanta, sessant'anni fa, avevano l'esigenza di contrastare una concorrenza feroce che indubbiamente c'era, a differenza di oggi, nel settore. Avevano molto più lavoro, quantitativamente parlando, quindi ancora meno tempo da dedicare all'insegnamento. Inoltre gli apprendisti erano tanti, e molto giovani, e spesso pagati pochissimo ( o addirittura non pagati). Il tempo infinito che questi ragazzi passavano in sartoria rendeva l'apprendimento lento, difficile, e soprattutto autonomo : il cosiddetto "rubare con gli occhi". Quindi in realtà tradizionalmente il mestiere non è mai stato oggetto di un insegnamento strutturato, nel senso moderno del termine. Inoltre la classe artigiana era di estrazione sociale piuttosto bassa e probabilmente mancavano anche gli strumenti culturali e comunicativi per creare un rapporto di insegnamento di livello più alto. Credo che la stessa difficoltà che io ho provato a ricevere risposte ai miei "perché?" sia quella della stragrande maggioranza dei maestri a spiegare il senso di questa disciplina. Poi sicuramente ci sarà qualcuno in malafede che non ha interesse veramente a insegnare ma solo a sfruttare forza lavoro giovane, ma credo sia la netta minoranza.

Come ha imparato taglio? Ha usato dei libri? Insegnanti? Scuole? Quali erano?


Ho studiato alcuni sistemi di taglio, italiani e inglesi principalmente, e qualcosa di tedesco. Poi ovviamente l'aiuto di tutti i maestri che ho avuto è stato utile, non tanto per il sistema in sé (credo che nessun sarto applichi un sistema di taglio così come lo si trova in un manuale) quanto per capire l'applicazione concreta delle logiche di sdifettamento e di modellazione in base alle misure. Un buon sistema di taglio da solo non è sufficiente a tagliare un buon abito su misura; più essenziale ancora del metodo è la capacità di percepire le differenze nei tipi fisici e capire in che modo essi si discostano dalla "base", cioè dalla proiezione geometrica del corpo ideale. Sistemare e mettere a misura capi finiti, in taglia magari, è stata poi la palestra che mi ha permesso di capire i meccanismi alla base della correzione dei difetti e le loro cause.



Quali sono i sarti che ammira oggi? Ci sono delle storie che i suoi maestri Le raccontavano spesso?


Seguo con grande interesse il lavoro dei sarti estremo orientali, cinesi, giapponesi e coreani, soprattutto. Vedo un fermento che in europa sembra non esserci più, inoltre la qualità del lavoro sembra mediamente molto alta. In più, sta murando uno stile autentico che non somiglia a nulla delle scuole sartoriali europee, ed è un fenomeno di grande interesse stilistico.

Cosa crea un sarto vero? Come lo verifica? Quando lei si è sentito un vero sarto e perché?


Questa è una domanda quasi filosofica! Credo che nel momento in cui si ha sufficiente familiarità col taglio e le tecniche di lavorazione sono tutte padroneggiate, a quel punto si è sarti "completi". Credo di aver avuto veramente fiducia nelle mie capacità quando ho cominciato a mettere alla prova, con una buona percentuale di successo. La teoria del taglio e della modellistica per come l'avevo capita, i principi di rotazione e equilibrio dei pezzi e come si trasferisce in tre dimensioni il modello in carta.

Perché i sarti parleranno profondamente del mestiere con le giornaliste, i giornali e la media ma non necessariamente con le apprendiste o lavoranti? O se non è d’accordo con questa frase mi dica perché?


Credo che i sarti, in quanto artigiani e in generale essendo degli esseri umani, si sentano lusingati dall'interesse che negli ultimi anni si è creato attorno al loro lavoro. È più che comprensibile. Non sarei del tutto sicuro che sia comunque un modo approfondito di parlare di sartoria, però; in fin dei conti non credo che un apprendista possa imparare granché dal punto di vista tecnico leggendo, che so, Permanent Style o altri blog e riviste del genere.